DISTOPIA

E’ un termine che solo apparentemente viene utilizzato come opposto, contrario, a quello di “utopia”; infatti viengono usate, con la medesima funzione, anche le espressioni “anti-utopia” o “contro-utopia”. E’ accreditato oramai il fatto che la scelta semantica presuppone una scelta di ampio raggio: definire significa prendere una precisa posizione metodologica e filosofica. Infatti, se vengono scelti ed adoperati termini “contro-utopia” o “anti-utopia” si metterà in evidenza il senso di opposizione e di esclusione tra i due concetti. Ma l’utopia non esclude di fatto la distopia: ecco perché è più corretto utilizzare quest’ultimo termine. Infatti tra l’utopia e la distopia non c’è un rapporto di contraddizione; tutt’altro. Innanzitutto la distopia e l’utopia, secondo un’interpretazione letteraria di questi due fenomeni, appartengono entrambe ad un particolare filone della fantascienza a sfondo sociale, che descrive tanto luoghi immaginari dove regna il benessere e la felicità (utopia), quanto terribili ipotesi di mondi futuri invivibili (distopia). Ma l’utopia e la distopia sono legate anche a livello filosofico; l’immagine della città nuova vagheggiata dagli utopisti si unisce alla narrazione della società perversa della distopia, componendosi del medesimo slancio. In altre parole alla base di questi due atteggiamenti c’è la denuncia di una realtà avvertita come dolorosa e oppresiva e la sollecitazione costruttiva a porvi rimedio attraverso l’esercizio della ragionevolezza. Ovviamente ci sono delle differenze: l’utopia recide i legami col passato e con il luogo presente, opera una cesura incolmabile tra la storia reale e lo spazio riservato alla progettazione utopica; la distopia invece intende collocarsi in continuità con il processo storico amplificando e rendendo tangibili quelle tendenze negative operanti nel presente che, se non vengono smascherate e ostacolate, condurranno alle società perverse da essa tratteggiate. Ma l’utopia così come la distopia ci invitano a mantenere un’approccio critico con la realtà che ci circonda, ci insegnano a essere attenti e vigili e a non essere pessimisti, a non ripiegarci in noi stessi: un altro mondo è possibile. Ci sono da segnalare però, riguardo a quest’ultimo concetto, dei tentativi da parte di alcuni autori che intendono metterci in guardia dall’utopia stessa; anzi, autori come Huxley e Berdjaev insistono sulla pericolosità della realizzazione materiale, concreta, delle utopie; ma è simbolico il fatto che proprio Huxley qualche tempo dopo si dedica alla descrizione di una utopia. Esempi di celebri distopie del novecento: Evgenij Zamjatin “Noi” (1922), Aldous Huxley “Il Mondo Nuovo” (1932), George Orwell “1984″ (1984).

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