Non ho voglia e il tempo per scrivere 365 giorni di vita. Anche perché ci sarebbero tante cose da raccontare e da scrivere che mi sono successe nel 2009; ma se andate a controllare il mio blog, di certo troverete di cosa cibarvi.
A questo punto non mi restano molte cose da dirvi.
Su tutte ancora una volta non sono riuscito ad arrivare alla fatidica cifra di cinquanta libri in un anno. Mi sono fermato alla soglia dei quarantasei. Che se non sbaglio sono sei in più dell’anno precedente. Analizzando la questione da un altro punto vista diciamo che posso esser soddisfatto.
Questo 2009 per certi versi è stato un anno di tristezze, di addii e d’infinite possibilità. Ho salutato tre amici che conosco da una vita, che partivano per mete europee per lavorare come croupier in vari casinò. Alcuni li ho rivisti recentemente per la festa del Natale, altri mi sono sfuggiti di mano, altri ancora aspetto che scendano per salutarli.
Ho conosciuto diverse persone, risanato alcuni legami, allentati altri e scoperto che in fin dei conti si possa fare a meno di persone che fino a qualche attimo prima si pensavano indispensabili.
Ho capito quanto sia bello prendere un treno, la Feltrinelli e che il piacere di leggere un libro è qualcosa che non ho mai perso. Anzi un giorno vorrei ringraziare quelle tre persone che con motivi differenti mi hanno portato su questa strada.
Alla fine, per meglio dire la fine in tutti i sensi è arrivata. Vorrei chiudere questo post, regalando a tutti i miei lettori (ammesso che c’è ne siano) queste parole prese dall’ultimo libro che ho letto, finito proprio in queste ore.

Uno scrittore non dimentica mai la prima volta che accetta qualche moneta o un elogio in cambio di una storia. Non dimentica mai la prima volta che avverte nel sangue il dolce veleno della vanità e crede che, se riuscirà a nascondere a tutti la sua mancanza di talento, il sogno della letteratura potrà dargli un tetto sulla testa, un piatto caldo alla fine della giornata e soprattutto quanto più desidera: il suo nome verrà stampato su un miserabile pezzo di carta che vivrà sicuramente più a lungo di lui. Uno scrittore è condannato a ricordare quell’istante, perché a quel punto è già perduto e la sua anima ormai ha un prezzo.