Perché, per essere considerato un uomo, devi sempre fare l’ultima cosa che ti va di fare al mondo? Perché?

Lo leggi tutto d’un fiato, impari a conoscere quella girandola di personaggi tutti legati da qualche ragione. Un romanzo che per certi versi definirei graffiante e sfuggente per la sua particolarità.
Con lo scorrere delle pagine, i lineamenti della storia prendono forma, lasciando aperta una storia incredibile piena di semplicità e allo stesso tempo di complessità.
“Ti prendo e ti porto via” è la storia senza lieto fine di Pietro, figlio “caratteriale” di genitori squallidi e sperduti, ragazzino timido e perseguitato dai compagni teppistelli, il cui destino s’incrocia e si compenetra tragicamente con quello di Graziano Biglia, playboy e frikettone fallito, destinato, per estrema coerenza al proprio personaggio caricaturale, a perdere l’ultima possibilità di redenzione, incarnata dalla professoressa Palmieri, unica ad averlo amato e accettato in tutta la sua desolante spontaneità. Storie di ordinaria periferia, d’amore asfittico e spoetizzato, d’orrore maleodorante e bestiale. La narrazione risulta ben congenita e avvincente e l’assoluta “assenza di messaggio” al lettore non implica la superficialità dell’intreccio e non esclude l’acutezza dello studio dei caratteri.
Forse la sua maggiore particolarità sta semplicemente nel fatto che il suo autore è capace di raccontare con una semplicità disarmante una storia che di semplice ha veramente poco.