Avete mai fatto un sogno così lucido da sembrare reale? A me capita ogni giorno. Incredibile vero? L’ultimo è stato ieri mentre aspettavo un autobus, ricordo che pioveva nel sogno. Sì, era proprio una giornata uggiosa. Vedevo una ragazza mentre aspettavo, carina, a essere sincero proprio il mio tipo. Se non fosse stato il mio sogno, mi sarebbe sembrato stranissimo, ma siccome, appunto, era il mio sogno, tutto rientrava nella normalità. Ad ogni modo, la ragazza si avvicina, ha tutta l’aria di conoscermi, infatti, mi domanda cosa ci faccio lì, ma io non la conosco, ne sono sicuro, una che è proprio il mio tipo, la riconoscerei tra mille. Sta, di fatto, però che continua a farmi quella domanda mettendosi una di quelle faccine che se l’avessi conosciuta per davvero le avrei detto: “Tesoro non mettere su quella faccia ti prego, te lo dico subito perché sono qui”. Invece, non avevo proprio idea di chi fosse, ma quella faccia mi metteva un tale strazio che ho finito col risponderle. La sua espressione cambiò immediatamente, è felicissima che io le abbia risposto, mi dà due baci sulle guancie e poi si allontana rapidamente. Io resto lì, fermo, imbambolato a fissarla mentre va via, quando… ecco che arriva il mio autobus. Solo in quel momento mi accorgo che, come sempre, stavo sognando ad occhi aperti.
Ricordo ancora quella sera di Agosto, la città era avvolta in un abbraccio di afa da qualche giorno, ed io ero appena tornato dalle vacanze.
Quella sera stessa, senza che io ancora lo sapessi, avrebbe portato dentro di me, un ricordo particolare; erano le sette, e avevo una voglia matta di andare in giro, avevo in corpo tutta quella adrenalina che sia quando si torna da una vacanza meravigliosa, e la si vuol condividere con il mondo intero rappresentato dai propri amici, e cosi preso da quella scarica, cercai tramite in giro di telefonate di organizzare una piccola rimpatriata con annessa una cena molto spartana. Peccato solo che non avevo fatto i conti con il mese di Agosto. Sarà difficile crederci, visto che lo fu anche per me, ma tutti i miei amici, o erano in ferie e quindi lontani dalla calura estiva della città, oppure erano impegnati in strani progetti con le rispettive fidanzate.
E cosi eccomi solo, con una scarica adrenalina che non ne vuole sapere proprio di andar via, in una città deserta sotto in sole che quasi non ne vuole sapere di andar via.
Vi confesso che sono ormai anni, che mi tengo pronto per ogni evenienza e con il tempo, mi sono abituato a vedermi come un lupo solitario, capace di errare per la città senza fissa dimora, in completa solitudine, quindi non mi ha colto impreparato questa sparizione dei miei amici. Non mi sono mai fermato davanti a niente, avevo deciso di andar a mangiare fuori e cosi feci, mi fiondai giù dal palazzo a gran velocità e quasi stavo rischiando di rompermi l’osso del collo sulle scale; arrivai giù in men che non si dica e mi misi immediatamente alla guida della mia alfa, da anni ormai compagna inseparabile di mille avventure, e disavventure.
Ricordo che girai alla ricerca di un posto per mangiare per quasi un ora senza trovare nulla di aperto o che stuzzicasse la mia fantasia, fino a che, ad un certo punto, quasi nascosto da due palazzi giganteschi, notai un piccolo ristorante, con un insegna che mi stuzzicò di non poco la fantasia. La scritta diceva: ALLA RICERCA DEL SAPORE PERDUTO, TRATTORIA PER POCHI SOGNATORI. La decisione era facile, la scritta era invitante e per di più stavo morendo di fame, quindi posteggiai e mi preparai per gustare una bella cena.
Entrai e rimasi alquanto sorpreso dal fatto di esser l’unico cliente della trattoria; a conti fatti forse era normale visto che era fine Agosto, e che la maggior parte dei cittadini era in ferie o in vacanza, sta di fatto, che in quel momento non feci molta attenzione a quel particolare, anzi spinto dall’eccitazione di esser l’unico cliente, mi scelsi un bel tavolo centrale e aspettai che venisse qualcuno per portarmi il menù.
Non passò molto tempo da quelle elucubrazioni, che un cameriere vestito di tutto punto, si fece avanti e squadrandomi dalla testa ai piedi, gridò qualcosa alla cucina: Claude, abbiamo un sognatore al tavolo cinque. Si avvicino subito dopo, e mi chiese se avevo già scelto cosa volessi mangiare, io gli feci notare che non avevo neanche il menù, e che mi sarebbe stato impossibile scegliere cosa mangiare. Al che, guardandomi storto, disse: Signore, non c’è bisogno mica del menù qua da noi, tutto quello che lei vuole mangiare noi le portiamo, senza problemi. Rimasi basito da quelle parole, avevo come la sensazione che mi stesse prendendo il giro, o non so cosa, ma se voleva giocare, perché no? In fondo cosa avevo da perdere? E cosi mi ritrovai ad ordinare un antipasto freddo, e insalata di mare, tanto per iniziare. Il cameriere mi guardò di nuovo con suo fare strano e gridò l’ordinazione allo chef e si congedò da me dicendomi, che sarebbe arrivato tutto in pochi minuti.
Inutile dirvi, che non sapevo ancora se mi stesse prendendo in giro oppure era vero così che andavo le cose in quella trattoria, sta di fatto che rimasi a pensare per qualche minuti, e potevo rimanerci ancora qualche altro minuto, se non mi fossi sentito bussare dietro la spalla, mi voltai di scatto e notai un ragazzo, alto magro e pieno di brufoli, poteva avere ad occhio e croce sedici anni o super giù. Ciao irruppe il ragazzo. Ciao dissi io, rispondendo al suo saluto. Vuoi sentire una storia che mi è successa questo inverno mentre andavo a scuola ?, disse il ragazzino. Lo guardai, e mi chiesi da dove diavolo fosse uscito fuori quel ragazzo, visto che il locale era vuoto quando entrai, ma non avendo niente di meglio da fare mentre aspettavo l’antipasto, e per non sembrare scortese gli dissi, che mi avrebbe fatto piacere e che avrebbe avuto tutta la mia attenzione. Il ragazzino si illuminò il viso e inizio il suo racconto.
IL RAGAZZO GRANDE:
Sei un ragazzo grande ormai; prendi l’autobus da solo da quasi tre anni, sei quasi un esperto. Sei stato il primo della tua classe a prenderlo da solo, ora che ti ricordi, era motivo di vanto. Conosci ogni linea, sai il tragitto, il capolinea e persino gli orari, sei un esperto ormai, tanto esperto da consigliare i pochi ingenui ragazzini che per la prima volta si affacciano nel mondo del trasporto urbano; e non lo fai certo con il vanto di un esperto,non affatto, anzi umile e comprensivo. Spieghi anche due volte il percorso e le linee che devono prendere,in un certo qual modo ti ricordano te stesso alla loro età. Ora però sei un ragazzo grande, e l’autobus lo prendi come se niente fosse, prendi qualsiasi linea, sai perfettamente dove ti porterà, l’orario preciso di arrivo e quello di partenza. Tutti tranne una, si perché hai appena scoperto una linea che non conoscevi. Te ne hanno parlato a scuola alcuni compagni, dicevano che se la si prendeva, si poteva risparmiare qualche minuto, che poi poteva esser rinvestito nell’atto della copiatura dei compiti in classe, prima dell’arrivo dell’insegnate. E’ strano però, tu prima d’ora non avevi mai sentito parlare di questa linea. Ti avvicini incuriosito dal grande vociare che c’è intorno a questo argomento e quasi incredulo devi ammettere di non conoscere proprio quella linea, sei ferito nell’orgoglio, non sei più tanto sicuro di niente ora come ora, devi recuperare la tua baldanza, e sai perfettamente che c’è solo un modo per farlo, ed è quello di percorrere quella linea al più presto! Ed ora eccoti qua, alla fermata di questa famigerata linea, aspetti e intanto prendi appunti sugli orari, ti scorgi per vedere se arriva e con tuo sommo sbigottimento eccola arrivare in perfetto orario. Avanti viaggiatore, devi farti coraggio, sali sopra e percorrila fino in fondo, sei un ragazzo grande ormai. E cosi sei salito, complimenti viaggiatore, sei davvero in gamba, guardati pieno di orgoglio, la tua baldanza sta tornando, una volta in classe avrai di che parlare per giorni. Immagini già la scena, tu che arrivi in anticipo rispetto al solito e annunci a tutta la combriccola di ragazzi che trovi, che hai percorso la famigerata linea,che per giorni è stata oggetto di culto in classe, vedi anche le loro facce che pendono dalla tue labbra, si un vero sogno ad occhi aperti ma attento a non sognare troppo, che poi rischi di sbagliare fermata. Troppo tardi, il sogno si è prolungato un po’ troppo, sei già al capolinea e l’autista ti invita addirittura a scendere dalla vettura, con riluttanza scendi e sei ancora scombussolato dall’avvenimento, in tutti gli anni di “onorato servizio” a bordo degli autobus, non hai mai perso la fermata. Ecco che sei di nuovo ferito nell’orgoglio, pensi che questa parte è meglio ometterla dal futuro racconto alla classe. Ma tieni a bada questi pensieri, ora devi capire dove ti trovi e come tornare verso strade conosciute, si perché ti sei girato e non hai notato nulla di familiare, sei disorientato è la prima volta che ti perdi con l’autobus, il tuo morale è proprio sotto zero. La soluzione più logica sarebbe quella di chiedere al conducente, peccato che sia già ripartito per una nuova corsa. D’accordo ora sei solo, non c’è bisogno di farsi prendere dallo sconforto, puoi sempre chiamare casa e chiedere ad uno dei tuoi genitori cosa fare, in questi casi loro sanno sempre tutto. Peccato che hai esaurito i soldi del telefono giusto ieri pomeriggio e i soldi che ti avevano dato per ricaricarlo, li hai usati per prendere le sigarette; si perché adesso ti sei pure messo a fumare, certo hai iniziato da poco, quasi per scherzo e non ricordi neanche come hai iniziato immagino, ma visto che hai tutto questo tempo, inizi a vagare nei meandri della tua mente e ricordi il preciso istante. Era un pomeriggio d’estate e una ragazza ti si avvicina e ti chiede una sigaretta, all’epoca non fumavi,ma chissà perché invece le hai detto che le dovevi prendere e che se avesse avuto un attimo di pazienza le avresti prese proprio ora e poi gliene avresti offerta una. Che cosa non si fa per far colpo su una ragazza? eh si, e da quel momento ti sei preso questo brutto vizio. A che ti sei ricordato di come hai iniziato, ne prendi una dal pacchetto e l’accendi,fai una grossa aspirata, anche per calmarti, poi la guardi e pensi che se non avessi questo brutto vizio, ora avresti i soldi per telefonare a casa e cosi per come l’hai accesa, la spegni con un impeto di rabbia. Stare fermo là, ad aspettare chissà quale miracolo, non sembra proprio il caso, con tutto quello che si sente dire in giro, è meglio muoversi. Cosi inizi a camminare in cerca di una mera strada sconosciuta. Cammini con la speranza che improvvisamente qualche luogo ti sembri familiare, ti infili in una stradina un po’ buia, percorrendola fino alla fine e appena ne sei fuori, non puoi che rimanere basito da quello che vedi. Davanti a te c’è il palazzo dove abiti, sei incredulo e quasi vorresti piangere, ma non lo fai, dopo tutto sei un ragazzo grande ormai. Allora preso dall’euforia della salvezza cerchi una spiegazione logica a tutto il tuo viaggio,ti avvicini alla pensilina della fermata e con stupore leggi la verità. La linea che hai preso, altro non era che una navetta che fa da sponda nel tuo quartiere al mercatino, ma siccome tu sei un ragazzo grande non ne eri a conoscenza, ora sei più tranquillo, noti che è quasi ora di pranzo, hai perso tutta la giornata, devi tornare a casa. Sali le scale della tua abitazione con euforia, domani a scuola avrai una grande avventura da raccontare ai compagni di scuola. Sei sull’uscio di casa, fai gesto di aprire la porta, dove ad accoglierti c’è il tepore della tua famiglia, almeno è quello che pensi, qualche secondo prima che tua madre ti venga incontro chiedendoti gridando che fine avessi fatto e perché non eri andato a scuola. Stai pensando che forse era meglio perderti per davvero, dopo tutto sei un ragazzo grande ormai.
Scusi, signore ecco la sua ordinazione, signore mi scusi non posso mica perdere tutto il giorno con lei, eccole la sua ordinazione, interruppe il cameriere. Si la ringrazio, e mi scusi ma stavo parlando con questo simpatico ragazzino che mi stava raccontando una storia, feci io per scusarmi. Guardi che qui non c’è nessun ragazzino, la prossima volta cerchi di non sognare ad occhi aperti, fece il cameriere con un tono di chi ha fretta. Lo guardi e poi mi rivoltai per capire di cosa stesse parlando, e mi resi conto che aveva ragione non c’era nessun ragazzino dietro di me. Vuole qualcos’altro per secondo oppure no?. Riflettei un momento, ero ancora scosso dal fatto che il ragazzino era scomparso. Poi riprendendomi gli dissi, che poteva portarmi un bel piatto di spaghetti con il pesto. Il cameriere ancora una volta gridò qualcosa allo chef, e si allontano verso la cucina. Rimasto solo stavo per iniziare a mangiare, quando ancora una volta mi sentii bussare alla spalla, mi girai convinto che fosse il ragazzino, e stavo quasi per dirgli di lasciarmi almeno iniziare a mangiare e poi sarei stato ben volentieri attento ad ascoltare altre storia, ma mi resi subito conto di star sbagliando. Non c’era un ragazzino, ma una ragazza. Senza neanche salutare mi chiese se poteva raccontarmi la storia di una sua amica, e nello stesso modo, si mise a raccontare la sua storia. A quel punto presi il piatto e mentre mi preparavo ad ascoltarla, stavo mangiando la mia insalata di mare.
LA RAGAZZA CHE SUSSURAVA ALLA GENTE
La ragazza che sussurrava alla gente sussurrava sempre, e con un filo di voce che si faticava a sentire, ma lei sussurrava alla gente,quindi era normale.
Non ha mai alzato la voce, ne accennato ad essere in disaccordo con qualcosa, perché lei sussurrava alla gente.
Aveva un’amica, lei non sussurrava però, ed il loro rapporto era strano, la ragazza che sussurrava alla gente era assuefatta dalla ragazza che non sussurrava alla gente, l’andava a prendere dall’altro capo della città e se mancava la ragazza che non sussurrava alla gente, anche la ragazza che sussurrava alla gente non veniva.
Poi entrambe, sia la ragazza che non sussurrava che quella che sussurrava alla gente, non venero più, ognuno delle due per motivi diversi. Ma infondo a noi piace ricordare così il suo modo di sussurrare alla gente frasi sconnesse e senza alcun che di logico, perché lei era la ragazza che sussurrava alla gente.
Guardi che se vuole, le possiamo apparecchiare direttamente per terra. Ancora una volta il cameriere mi stava gridando qualcosa, mi voltai e gli chiesi che problema ci fosse, stavo mangiando e ascoltavo quella ragazza parlare. Guardi che ancora una volta là non c’è nessuno, stava guardando il vuoto mentre mangiava la sua insalata, se non la smette con queste stranezze, dovrò pregarla di allontanarsi, disse il cameriere.
Mi scusi tanto, ma sono sicuro che c’era una ragazza che mi stava parlando, come d’altronde poco fa c’era un ragazzino che mi raccontava una storia.
Il cameriere mi guardò sbieco, e posò il mio piatto di spaghetti sul tavolo, e con uno strano sorriso dietro i baffi, mi chiese cosa volessi per secondo. Quel suo sorriso mi parve molto strano in quel momento, ma in quel momento, lo presi come l’ennesima bizzarria di quella trattoria, quindi lasciai perdere e ordinai un secondo di carne e del vino rosso.
Il cameriere al solito gridò qualcosa allo chef e andò via, lasciandomi un bel piatto di spaghetti pronti per esser consumanti.
Ero già con la forchetta nelle mani, quando un vecchio mi si parò davanti, guardandomi con aria di chi ha qualcosa da dirti, ma non sa come dirtelo. Lo guardai con la forchetta a mezz’aria, e gli chiesi cosa volesse.
Di tutta risposta, non fece altro che guardarmi e fissarmi per una decina di minuti prima di professare parola. Sa è che lei mi ricorda molto una persona che conoscevo, le spiace se mi seggo, mi piacerebbe raccontarle la sua storia, magari la conosce anche lei, o che so potrebbe esser anche suo parente.
A lei spiace se mentre ascolto continuo a mangiare?. No per niente. Allora d’accordo prego si segga e inizi il suo racconto sono tutto orecchi.
CONTINUED….
Era bello guardare la pioggia dalla finestra di casa mia. Non era più tardi delle 10,30, lo so perché stavo, guardano l’orologio per appunto capire da quanto tempo stesse piovendo, era un gioco che facevo in quelle giornate, appena sentivo la pioggia scrosciare mi segnavo subito l’ora, e quando sentivo che il flusso diminuiva quasi a smettere lo ricontrollavo.
Ricordo che sentivo l’acqua fuori diminuire lentamente, era come se qualcuno dall’alto stesse chiudendo i rubinetti. Non so bene perché ma immaginavo il cielo come un’immensa vasca da bagno, dove ogni tanto erano aperti i rubinetti, per far scorrere l’acqua, ma questi sono solo pensieri di una menta fin troppo fertile.
Quello che quella giornata mi colpì fu tutt’altra cosa, come dicevo sopra, stavo guardando la pioggia smettere, quando vidi un’ombra, aggirasi in strada, sulle prime pensai che il troppo stare alla finestra avesse annebbiato la mia vista. Certo poteva benissimo essere un animale, un cane che forse si è perso. Fu così che presi l’attrezzatura del giovane investigatore, che altro non consisteva che in un cappellino, una mantella e un paio di stivaletti gialli, e scesi giù in strada per investigare sul caso della strana ombra.
Finalmente aveva smesso di piovere, mi assicurai che non ci fosse nessuno nei paraggi, così da poter svolgere le mie indagini in maniera accurata senza alcuna interferenza. Girai molto prima di star tranquillo, a quel tempo ero convinto che ogni bambino del quartiere volesse “soffiarmi” i casi più strepitosi, così ogni volta passavano ore prima che mi convincessi che tutto era tranquillo e che nessuno mi stesse pedinando o peggio, volesse soffiarmi il caso.
Fu così che iniziai il mio giro per raccogliere indizi, ed ero talmente assolto dal rassicurarmi di esser solo, da non accorgermi che l’ombra era dietro di me, e quando sentii la sua voce, non potei fare a meno di lanciare in grido di spavento, scatenando la stessa reazione in lui, e fu in questa maniera che conobbi, XS201.
Entrambi ci riprendemmo dallo spavento, e in maniera reciproca ci presentammo, e fu così che venni a sapere che era un alieno di RJX di nome XS201, arrivato sulla terra per trovare tre oggetti che gli avrebbero permesso di diventare adulto. Venni a sapere che raccogliere oggetti su altri pianeti, era un’usanza tramandata da generazione, come per lui, anche per suo padre, fu lo stesso. Fu proprio sulla terra che suo padre divenne adulto, ritrovando i tre oggetti; ora come allora, sarebbe toccato a XS201 trovarli. Gli chiesi quali fossero, allora tirò fuori uno strano apparecchio, dove c’erano scritti i tre oggetti. Li guardi e appena finito di leggere, scoppiai in una fragorosa risata, che turbò XS201, talmente tanto, da riprendersi la lista e dire che non aveva mica chiesto il mio aiuto, anzi poteva cavarsela benissimo da solo. Finito di ridere spiegai il perché della risata. Ridevo perché gli oggetti, erano facilissimi da trovare sulla terra, anzi li possedevo pure, e sarei stato più che lieto di donarglieli. Così tornati in pace, mi girai verso casa e andai a prendere i tre oggetti sulla lista; tornato giù, immediatamente, li diedi a XS201 che mi ringrazio, in non so quale lingua, ma immaginai fosse la sua. Rimanemmo qualche minuto a parlare di quanto gli fossi stato utile e che da questo momento lui ed io saremo stati amici cosmici per il resto della vita, ma adesso doveva tornare al proprio pianeta.
Un taxi interspaziale era stato chiamato subito dopo che ero entrato in casa a prendere gli oggetti. Prima di andare via, mi promise di farmi sapere come sarebbe andato il passaggio all’età adulta.
Ci salutammo e lo vidi sparire nella notte più nera. Rientrai e mi misi a immaginarlo sul suo pianeta dove i genitori lo aspettavano pieni d’orgoglio, perché sapevano che il loro piccolo, ormai sarebbe diventato il loro grande.
Di XS201, non seppi più nulla, arrivai a pensare di essermi immaginato tutto, ma dentro avevo ancora qualche speranza che quell’episodio fosse reale, e così giurai a me stesso, che un giorno avrei raccontato questa storia, nella speranza che qualcuno, possa incontrare in un giorno di pioggia qualche abitante di RJX, e perché no, un discendente di XS201, in fin dei conti, all’immaginazione non c’è limite no?
dedicato a un piccolo grande libro
Ormai era fatta, mancavano pochi giorni alla “consegna”. Ero trepidante, aspettavo la posta con ansia. Eppure sapevo che non sarei rimasto soddisfatto.
Non è che lo sapessi con matematica certezza, ma proprio ci pensavo spesso e c’era un qualcosa che me lo faceva supporre; che poi il mio acquisto era di dubbia provenienza, questo è tutt’altro affare.
No. La cosa che invece non mi tornava era il suo prezzo. Esagerato per quell’affar lì, senza dubbio. Capace che tra due mesi lo trovo a meta prezzo. Però quando l’ho visto, non ho saputo resistere, è cosi eccomi qua in trepidazione con un pizzico di ansia per quella cosa.
Invece prima che mi decidessi non facevo altro che dire che non faceva per me, che tanto alla fine era un oggetto di poca importanza e alla fine era meglio investire sul mattone.
Io però nel mattone non ci ho mai creduto, sapete?, Per carità. Mia nonna non diceva altro,fin da piccolo e piccolo, mi ripeteva di investire nel mattone, che poi diciamoci le verità, quando sei allergico al mattone, che cavolo ci investi a fare?.
Bene che posso dire a mio discapito? Nulla. Ma se dovessi dire qualcosa, siate sicuri che la direi, che non si dica che io non dica niente, perché non è assolutamente vero.
Guardate spero solo che quella cosa lì, non faccia boom appena aperta, perché sarebbe davvero il colmo. Giuro che se prendo una cantonata mi faccio curare l’allergia al mattone e investo la, così almeno la mia nonna la smette di ripetermi di investire sul mattone.
Eravamo in vacanza, eppure il lavoro era tra di noi. Era nell’aria che respiravamo, nelle banconote con le quali pagavamo i nostri “bisogni”. Insomma anche se in vacanza, il nostro lavoro ci tormentava e non ci lasciava riposare come avevamo programmato un mese fa.
Eppure questa vacanza, se ne parlava da mesi interi, e non passava giornata, ora, minuti o secondi che non pensavamo a cosa potessimo fare durante la vacanza. Invece eccoci qua, a pensare a cose di lavoro.
Per esser sinceri la colpa non è mica nostra, no, perché noi di nostro abbiamo fatto l’impossibile per estraniare il lavoro ma lui, in maniera infingarda e subdola si è intrufolato con noi nella valigia, e una volta arrivati nella nostra vacanza, eccolo che esce fuori e con una pernacchia ci fa capire che dal lavoro non possiamo mica sfuggire così facilmente come credevamo.
Ma attenzione, noi le abbiam provate tutte, per liberarci del lavoro, ma proprio tutte. Appena arrivati, abbiamo immediatamente cambiato albergo, lasciando tutto in quello vecchio. Ma che ci crediate o no, quello ci ha raggiunti e ancora una volta ce lo siamo ritrovati tra capo e collo.
Da quella prima volta ad ora, di prove ne abbiamo fatte a bizzeffe, un’altra volta ancora abbiamo fatto finta di esser due tizi stranieri,ma quello credete a noi, e più furbo di una volpe, non era passato neanche qualche secondo, che in men che non si dica, ci ha riconosciuti e sommerso di lavoro.
Dunque eravamo arrivati alla più totale disperazione. Eravamo in vacanza si, ma il lavoro ci aveva seguiti e con tutta la buona volontà e l’ingenio che avevamo a disposizione non eravamo riusciti a levarcelo di sopra. A quel punto, non potevamo fare altro che usare le maniere forti.
Abbiamo chiamato l’ufficio e abbiamo comunicato che ci licenziavamo perché noi il lavoro in vacanza non intendevamo sopportarlo; loro di risposta ci hanno detto che loro non sapevano niente di questo lavoro che era andato in vacanza con noi, e che tutto il lavoro era in ufficio e non si era mosso per neanche andare al bagno.
Ad esser onesti non eravamo pronti a quella risposta e non sapevamo cosa dire e alla fine abbiamo detto che stavamo scherzando, e che abbiamo detto quella cosa di licenziarci solo per fare uno scherzo, dopo qualche secondo ho sentito il rumore di un telefono che riattaccava dall’altro capo.
Alla fine, siamo tornati in albergo e abbiamo parlato con questo lavoro che ci stava seguendo dal primo minuto di vacanza.
Vi sembrerà strano, ma è venuto fuori che non eravamo noi, i tizi che cercava e che c’era stato uno scambio di valigie all’aeroporto. In verità, ci ha detto che aveva capito che non eravamo noi i tizi che dovevamo avere il lavoro sulle spalle, ma una volta arrivati qua, non poteva fare altro che darci il lavoro. Ma visto che ormai lo avevamo riconosciuto ora non poteva far altro che scusarsi e andare via a cercare i tizi che devono occuparsi di lui.
Be il lavoro è andato via, e siamo riamasti da soli a goderci la nostra vacanza, peccato che ormai dovevamo ritornare in città, perché le ferie erano finite.
E che certe volte, apri il cassetto e ti ritrovi una pendrive. Ma non una normale. No, una particolare, di quelle con le quali ci si passa il tempo a giocarci, solo per il prio di averle in bella mostra.
Certo questi tipi di aggeggi hanno i loro difetti. Sono fragili. Neanche qualche colpetto qua e la, che già ritrovi con qualche pezzo rotto.
Secondo me, uno dovrebbe comprare pendrive resistenti.

Ieri sera* sono andato a vedere con un’amica Ponyo Sulla Scogliera, l’ultimo capolavoro del regista premio Oscar Hayao Miyazaki.
Rispetto ai precedenti lavori del maestro ponyo risulta un film semplice,come ammette lo stesso regista in un intervista su repubblica. Ma ciò non guasta la visione anche ad un pubblico un po più grande.
Personalmente lo trovato delizioso e tecnicamente superlativo; andando contro corrente il regista nipponico “sospende” la computer graphic e restituisce la complessità salata del mare con la matita e settanta artisti che hanno disegnato a mano centosettantamila disegni.
Insomma è un film da vedere per chiunque ami l’animazione giapponese, perché Miyazaki fa sognare e ti trascina in un mondo fantastico e per quei cento minuti ritorni ad essere un bambino spensierato.
Se avete la possibilità andatelo a vedere, e non ascoltate la gente che vi dirà che essendo un “cartone animato” è destinato solo per i bambini, Perché non esistono film solo per bambini, specie quelli nipponici…
*Al cinema sono arrivato in ritardo (non per colpa mia) quindi sono arrivato a film iniziato, stavo quasi per andare via, quando ho saputo che era iniziato ma l’insistenza della mia amica e la proposta della maschera all’entrata mi hanno convinto.
In pratica vedendomi indeciso visto che il film era iniziato, mi ha fatto un piccolo sconto, facendomi pagare solo 4.50 a biglietto.
Diciamo che ho pianto con un occhio, alla fine la maschera appena staccati i biglietti,mi ha raccomandato di arrivare puntuale la prossima volta.
Vi raccomando se voi ci andate, cercate di arrivare puntuali, intesi?…
Non per questo era ostile alla carta deperibile, in pasta di legno. Dotta sì, ma non snob. La commuoveva il fatto che anche i libri fossero mortali. Invecchiava insieme a loro. Non ne mandava mai nessuno al macero, non buttava nemmeno una copia. Quel che viveva, lo lascia
D. Pennac, La Prosivendola pagina 182
“Nella mia famiglia si è soliti tramandarci in ogni generazione, il mestiere di becchino ed a ogni “nuovo” membro della famiglia che eredita il mestiere, viene tramandata la storia della famiglia Fallen, e dei misteri che l’hanno circondata, i quali non si riescono a spiegare tramite la normale ragione.
Ecco io sono l’ultimo erede di questa lunga tradizione, che affonda le sue origini nei primi del novecento.
Ho deciso quindi, di raccontare anche la mia di storia, utilizzando questo diario, per poterla tramandare alla generazioni future di Fallen, per far si che almeno loro imparino dai miei di errori, e possano in qualche maniere rompere la maledizione senza che essa rovini la loro vita.
Quindi, non vi resta che mettervi comodi, perché il viaggio che starete per intraprendere non è quello che si definirebbe una vacanza.”
(more…)
Non ricordo che mese o che anno potessero essere, ma ricordo che era inverno, quando nella mia stanza apparve una bottiglia di birra, che tra altre cose, conservo ancora sopra una mensola,ma non perdiamoci in vane chiacchiere, dunque vi dicevo che per non so quale fenomeno, vuoi che qualcuno la comprò, vuoi perché la comprai io, mi ritrovai questa bottiglia di birra nella mia stanza.
Immagino che vi stiate chiedendo cosa possa esserci di tanto “divertente” nel raccontare di una bottiglia di birra trovata nella propria stanza,ma ovviamente nulla di speciale. Ma dal ritrovamento di quella bottiglia, scaturirono degli episodi particolarmente divertenti della mia vita.
Stetti settimane intere a chiedere alle persone che conoscevo, se avessero per caso lasciato quella bottiglia nella mia stanza nei giorni passati, ma nessuno sapeva niente. Non vi nego che ad un certo punto fui tentato di considerare l’accaduto come una qualche ricompensa divina, di una qualche divinità a me ancora sconosciuta, che magari mi diede questo “dono” solo per potere entrare nelle mie grazie; Insomma non vi so dire cosa ci trovassi di tanto speciale in quella bottiglia, ma sta di fatto che dopo un paio di settimane, nessuno ne reclamava alcun diritto.
Capirete anche che dopo tutto quel tempo, inizia a considerare quell’oggetto come di mia proprietà e cosi presi una decisione, avrei aspettato gli ultimi giorni che dovevano mancare alla fine del mese, e poi l’avrei aperta e sarebbe finita così come fosse iniziata.
Il tempo passò in fretta, e quelle settimane volarono, ormai la bottiglia era mia a tutti gli effetti, potevo farne ciò che volevo, aprirla e berne il contenuto,buttarla direttamente, conservarla insomma tutto ormai era lecito. Ovviamente presi la decisione più logica del caso, cioè quella di aprirla e berne il contenuto, ma non volevo farlo da solo.
Farlo da solo poteva sembra come un atteggiamento arrogante, e se la mia idea del dono di qualche divinità si fosse dimostrata vera, sarei stato colpito dalla furia di quella divinità. E cosi per essere del tutto al sicuro, accesi una candela che doveva servire per non attirarsi la cattive sventure,dopo aver completato lo strano rituale, chiamai qualcuno con cui poter spartire il “bottino”, giusto qualche intimo.
Ricordo che,quella che doveva esser una riunione di pochi intimi, si trasformò in una vera e propria festa. E cosi eccomi tra gente mai vista e che mai avrei rivisto, per “festeggiare” la sacra bottiglia, almeno era quello che pensavo in quel momento.
Qualche anno dopo,scopri che non erano venuti per la bottiglia, ma per festeggiare un certo tizio di cui non farò il nome, visto che vuole mantenere l’anonimato, comunque, ormai la festa andava avanti da un paio di ore, ma dell’apertura della bottiglia ancora non se ne parlava.
Ma verso la mezzanotte, un tale Alberto Figura,ne prese possesso, scambiandola per una comune bottiglia, inutile dire che appena mi accorsi dello scempio che si stava per perpetrare, ricorsi subito ai ripari, levando dalle mani la suddetta bottiglia al presente Alberto Figura, che di tutta risposta, in uno strano accento, meridionale mi mandò in un posto che, per educazione non riporterò in questo racconto.
Sta di fatto che la bottiglia era salva, ora dovevo solo trovare il coraggio di aprirla,a quel punto l’apertura della bottiglia andava fatta quella sera,determinato o no, ma andava fatta; Chiamai alla raccolta,Luigi Rizzato, che all’epoca degli eventi, era mio carissimo amico,non che confidente di primo pelo, “qualche anno dopo, partì per andare a trovare sua nonna o almeno cosi disse lui, in una città della Norvegia impronunciabile nella nostra lingua, figuriamoci nella nostra scrittura, e non torno mai più; ma sta di fatto che ogni tanto non so per quale ragione dei tizi dagli abiti scuri e con uno strano accento meridionale, lo vengono a cercare , a casa mia, ed ogni volta gli devo ripetere la tiritera della sua partenza per quella città impronunciabile per la nostra lingua e impossibile da scrivere nella nostra scrittura della Norvegia, e loro con tutto rispetto alla mia persona, mi mandano sistematicamente con uno strano accento meridionale ,che tanto mi ricorda quell’altra gentile persone che fu, Alberto Figura, in un posto che per ancor più ovvie ragione non riporterò in questo racconto. “Appena Luigi fu arrivato da me, gli dissi che ero pronto per l’apertura e lui guardandomi negli occhi, mi disse delle parole in un inglese perfetto che ancora oggi ricordo, So Say We All, e al sentire ciò quasi piansi quella sera. “Tempo dopo, scopri, che quel marpione di Luigi, trasse quelle parole da una famosa serie americana che in quel periodo spopolava per la rete.” Presi un bel respiro e con un apri bottiglia che richiamava forme falliche, che ricevetti in regalo da un certo Antonio Canniccio, stappai la bottiglia e allora iniziai a versare lacrime amare. Ormai era aperta, eravamo felici come non mai, Luigi senza perdere tempo mi porse il bicchiere che “prese”in prestito dal nostro locale preferito di quegli anni, e mi disse ancora altre parole degne di esser ricordate, «That’s one small step for a man, one giant leap for mankind.», ormai avrete capito che Il caro Luigi era bello che ubriaco , ma in quel momento la cosa non mi sembrò cosi assurda, come lo può sembra oggi. Iniziai a versare il contenuto ambrato della bottiglia, alzai il bicchiere per brindare a quella magica bottiglia ed a quella serata, quando Luigi iniziò a barcollare, così tanto che mi cadde addosso, facendomi così sprecare il contenuto di quella magica bottiglia, inutile dirvi che ero una persona finita,ma invece di versare lacrime amare, iniziai a ridere e non riusci a smettere per tutta la serata.
La mattina seguente,ripensando a quella serata così incredibile decisi di conservare quella bottiglia, anche se il suo contenuto mi era stato negato. Forse,iniziai veramente a pensare che il ritrovamento di quella bottiglia e di tutto quello che ne era scaturito, altro fosse che il “dono” di qualche divinità che volesse ingraziarmi.
E alla fine arrivò un elefante e spazzo via tutta la storia (l’elefante in questione,altri non era che la mia governante che stava iniziando il suo giro di pulizie che per mole nulla aveva da invidiare ad un elefante).