Santa Maradona…. ieri sera mi viene proposto di vedere questo geniale film, cui protagonista è il Stefano Accorsi, passato il primo impatto con il nome del film, che fa pensare ad un film sul calcio e sulla specie, su Maradona, il film si presente scorrevole mai pesante, ma non per questo banale, la trama e abbastanza lineare e non chiede chissa quali stranezze che fanno uscire fuori di matto il pubblico, ma affronta i problemi tipici dell’ambiente giovanile post laura in maniera ironica, coma la continua ricerca di un lavoro, passando da colloqui in colloqui, una scarsa presenza di lavoro, un affitto da pagare, l’amicizia e anche i sentimenti di storie d’amore dove la sincerità non è affatto apprezzata, ma viene rifiutata e maledetta.
I personaggi si presentano in maniera molto ironica e sono ben riuscito il protagonista il giovane Andrea Straniero (Stefano Accorsi), laureato in lettere, 27 anni,è l’indiscusso protagonista che dovra confrontarssi con la vita di tutti i giorni, passare da un colloquio ad un altro e affrontare l’amore verso una donna che incontra per caso un giorno mentre va appunto ad un colloquio di lavoro.Andrea vive affitto in un appartamento con il suo amico Bart (Libero De Rienzo), con il quale condivide la monotonia di tutti i giorni, questo personaggio è davvero geniale per quanto mi riguarda, alquanto burbero e fuori di testa come non mai, sempre sorridente e pronto a farti la battutina che ti fa sorridere, per tutto il film credetemi ti fa ragionamenti assurdi che ti portano pero a dargli ragione come per esempio il ragionamento sul videogioco con cui sta giocando durante il film “Bart: Questo qui avrà ucciso centocinquantamila nazisti e non si è fatto nulla…hai capito chi è il vero eroe di questi giochi? Perché da una parte ci sei tu, che appena vieni ferito puoi subito recuperare le vite, e dall’altra parte ‘sti poveri cristi che saranno pure nazisti, ma che non hanno alcuna alternativa. Quindi va a finire che tu sei lo stronzo, e loro dei poveri cristi proletari senza alternativa.
Andrea:certo che è brutto fare il nazista in un videogioco…” Che ne dite? geniale?. Il personaggio di Bart che può sembrare alquanto stupido e banale, si rivela un grande pensatore alla fine del film, quando i due amici, depressi dalla vita litigano aspramente e infine bart esasperato dalle continue lamentele di Andrea tira fuori tutti i suoi pensieri sulla vita e sul modo di vivere, riportando Andrea alla normalità.
Per quanto riguarda la trama possiamo dire qualche parolina, Andrea Straniero (Stefano Accorsi), laureato in lettere, 27 anni, è l’emblema di una generazione ricca di insicurezze che passa da un colloquio di lavoro all’altro con scarsi successi; vive in affitto in un appartamento con il suo amico Bart (Libero De Rienzo), con il quale condivide la monotonia di tutti i giorni fin quando Dolores (Anita Caprioli), giovane attrice di teatro e maestra, irrompe nella sua vita. Tra i due nasce una storia d’amore che metterà in crisi Andrea. I suoi amici, Bart e Lucia (Mandala Tayde), convinceranno il protagonista che, volendo, si può fare qualcosa per migliorare le cose che non piacciono.
Il Mio giudizio finale sul film è molto positivo,ho passato davvero un paio di ore piacevole mi sento di consigliarlo a molti, il film da molto da pensare visto le tematiche che tratta, anche se trattate in chiave ironica, insomma davvero un bel film al quale mi sento dare il voto di 8 buona visione bye
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Se vi è piaciuta il precedente post questo vi farà morire dadsadsadsa
Da qualche tempo sentivo come un bisogno insoddisfatto. Non ero certo di cosa fosse, era come una strana sensazione alla bocca dello stomaco e al basso ventre. Come la mancanza di qualche cosa di tenero.
Ho provato ad affrontarlo nei soliti modi: ho installato una nuova scheda video con 512MByte di VRAM a uno zillione di MegaHertz. Disegna in un secondo più poligoni di quanti ne immaginasse in un’ora una intera comune di hippie sotto acido negli anni ‘60.
Eppure, niente da fare. Il bisogno era ancora lì. Come se non fosse stata QUELLA la morbidezza di cui avevo bisogno. Ma cosa si può volere di più che uno zillione di poligoni?
Mi misi a partizionare l’hard disk e a provare nuove distribuzioni di GNU/Linux, una attività che dà grandi soddisfazioni. Ne ho installate 25, tra cui Red Flag Linux, la distribuzione del governo cinese. Ha lasciato alcuni effetti collaterali: ora all’avvio il computer, invece che -BIP!-, fa una breve versione de L’Internazionale in cantonese. Ho provato anche Crescent Moon Linux, la distribuzione di Al Quaida, ma ho lasciato perdere alla selezione della partizione di root: il puntatore era un piccolo aereo, la selezione un piccolo grattacielo che prendeva fuoco. Mi è sembrato un po’ eccessivo; ma soprattutto, non c’era l’opzione per un installer testuale, cosa davvero grave.
Niente da fare: il bisogno alla bocca dello stomaco era rimasto, nonostante le 25 distribuzioni.
Ho formattato e reinstallato Windows, erano 3 giorni che non lo facevo e cominciava ad essere instabile: nessun risultato utile per la mia situazione, ma ora ci mette 7 secondi in meno a riavviare.
Solita sensazione alla bocca dello stomaco.
Ho cercato su google, ho chiesto su mailing list e newsgroup (alt.mouth.of.the.stomach.various), ho anche consultato un paio di GNU/Linux HowTo a caso, per cui ora saprei usare Samba per condividere una vasca di pesci rossi usando segnali di fumo come canale wireless. Chissà, può sempre tornare utile.
Ma di soluzioni per questa sensazione di bisogno nessuna. Niente, nix, nada, nothing.*in vista di una svolta*
Alla fine ho fatto ciò che ogni informatico che si rispetti fa solo quando è VERAMENTE alla frutta: ho chiesto ad un amico.
Aldo è un amico davvero stretto: a volte mi chiama anche se non ha un problema che non sa risolvere con il sistema operativo. Ed ogni tanto, magari ogni due o tre anni, parliamo anche di cose che non hanno a che fare con il computer. Non che ci sia molto da dire, ma io ci provo perché sembra fargli piacere. Qualche tempo fa, per esempio, mi diceva della sua bicicletta nuova. Io gli ho chiesto se ci girava sopra Linux e lui mi ha guardato strano; però ci ho provato.
Comunque sia, ho chiesto ad Aldo.
Ci ha pensato un po’ sopra, mi ha messo una mano sulla spalla e mi ha detto, guardandomi fisso negli occhi:
“Secondo me tu hai bisogno di una donna”.
Una donna! Normalmente mi sarei messo a ridere, avrei dichiarato che ho bisogno di una donna quanto ho bisogno di una memoria USB a forma di papero, o di un Hub USB a forma di Godzilla. Però dentro di me, da qualche, stranamente sentivo che poteva avere ragione: che forse era quella la mancanza di tenerezza che avvertivo. Dopo tutto, io POSSIEDO una memoria USB a forma di papero (USB 2.0, 256 Mega, si illumina quando si trasferiscono i dati, [http://www.thinkgeek.com/gadgets/electronic/6a29/]) ed anche un Hub USB a forma di Godzilla [http://www.charismac.com/Products/firedino/]. Forse tutto ciò significa qualche cosa. Forse ho cercato di sublimare delle carenze di affetto (eppure, chi può resistere a un Hub USB a forma di Godzilla? Chi?).
Forse ho davvero bisogno di una donna. In effetti, da qualche tempo cambiare i temi di KDE non mi dà più la soddisfazione di un tempo. Nemmeno gli zillioni di poligoni mi entusiasmano come una volta. E raggiungere l’hi-score mondiale in X-Bill [http://www.xbill.org/] mi sembra sempre meno utile.
Una donna.
Ho salutato Aldo e sono corso a documentarmi. Allora, pare:
-che le donne siano la parte femminile dell’essere umano, essenziali per la riproduzione
-che non siano programmabili ad oggetti
-che anzi si arrabbino moltissimo se trattate come tali
-che, contraddittoriamente, con loro sia necessario usare vari metodi particolari
-che tali metodi non siano però documentati in nessun manuale di API: ho anche cercato un qualche “female handling howto” senza alcun risultato che possa essere mostrato a un minorenne
-che preferiscano argomenti di conversazione su abbigliamento, profumi e cose “carine” (cosa può esserci di più carino dell’Hub a forma di Godzilla? Gli diventa rossa la bocca quando è connesso!)
-pare che si incontrino FUORI, a meno che non ce ne sia già una in casa, per cui parte dei problemi sarebbero già risolti (e ne nascerebbero molti altri però). A meno che non sia una “sorella” o una “madre”, che non vanno bene al caso nostro.
-pare sia noto che gli informatici non hanno molto successo con le “donne”. Strano, però: IO non ho mai provato a gareggiare con loro, non capisco come sia possibile sapere che non avrei successo. Basta che ne sfidi una a X-Bill o a ForzaQuattro, poi vediamo chi ha successo e chi no.*azione*
Armato del mio bagaglio di conoscenze, ho deciso di andare dove nessun informatico è mai andato prima: a cercarmi una donna.
Seguono le mie osservazioni.Giorno 1:
Sono uscito in strada, ho visto che c’erano varie donne per in giro. Trovarne una non sembra poi così difficile. Ne ho avvicinata una, che però mi ha guardato con gli occhi sbarrati e si è allontanata affrettando il passo. Ho provato con un’altra, è successa la stessa cosa.
Alla decima donna, ho deciso di capire cosa c’è che non va in loro. Proverò a chiedere ad AldoGiorno 2:
Dice Aldo che è il caso di vestirsi in modo decente, farsi una doccia e lavarsi i denti. Gli ho fatto notare che ero perfettamente vestito (sandali, calzini verdi, pantaloncini corti, maglietta della Debian, vestaglia da casa), infatti non avevo preso freddo e non ero stato arrestato per atti osceni in luogo pubblico (mi è successo un paio di volte, poi ho imparato che è meglio non avere organi genitali a penzoloni). Gli ho anche ricordato che mi ero già fatto la mia doccia mensile, nonché il mio lavaggio di denti. Dice che non basta.
Cominciano a sembrarmi un po’ esigenti, queste donne.Giorno 3:
Mi sono lavato e vestito seguendo i consigli di Aldo: scarpe, calzini scuri, jeans lunghi senza macchie, maglietta grigia, camicia senza loghi: è incredibile che ce ne fosse una in casa, doveva essere del mio povero nonno. Non mi sento per niente comodo ma la cosa ha dato i suoi frutti: sono riuscito ad avvicinare alcune donne senza che fuggissero. Probabilmente il più è fatto.
Alla prima ho detto: “ciao, vuoi venire a vedere il mio computer? E’ un SMP a quattro vie, 2 Giga di RAM, ricompila il kernel di Linux in dieci minuti e fa uno zillione di poligoni al secondo”, ma lei mi ha guardato stupita, ha detto “I don’t speak English” e si è allontanata. Tutte io quelle strane le trovo.
Anche la seconda ha fatto così. Pure la terza, anche se ha detto “Ursäkta men jag pratar svenska, inte engelska” mentre si allontanava.
Devo cambiare tattica.
Aldo consiglia di non essere troppo monotono con gli argomenti, di parlare anche dei miei successi personali.Giorno 4:
Sempre lavato e vestito (ma non farà male, tutto questo sapone?), questa volta ho provato con “lo sai che una volta Linus Torvalds ha risposto per mail ad una mia proposta di un nuovo modulo per il kernel?”, ma non ho avuto successo.
Ma di cosa parlano, queste donne?
Aldo consiglia di essere più giocoso.Giorno 5:
“Ieri mi sono connesso per 10 ore a Ultima On-Line ed ho sconfitto il chierico nero di Asvalon in uno scontro all’ultimo sangue, quasi mi batteva quando il suo minotauro mannaro non-morto ha fatto il respawn, ma l’ho sorpreso con una pioggia di meteore urlanti e non ha avuto scampo”, niente anche questa volta.
Il mistero si fa più fitto.
Dice Aldo che per strada è di solito più difficile: dovrei provare in un locale.Giorno 6:
Mi sono recato nel locale che conosco meglio: ho provato ad avvicinare una donna al Computer Discount, stava guardando delle stampanti e le ho spiegato lungamente i vantaggi dei modelli in cui è possibile ricaricare le cartucce. Sembrava interessata, poi però quando le ho proposto di venire a vedere come si faceva a casa mia si è improvvisamente irrigidita, ha detto “no, grazie” e si è allontanata.Giorno 7:
Questa volta ho provato con una donna una nel settore masterizzatori: l’ho illuminata sulla differenza tra DVD-RW e DVD+RW. Lei mi ha guardato decisamente riconoscente, ed ho capito che era fatta. Quando le ho proposto di venire a casa mia a vedere come funzionavano i vari formati sui miei 6 diversi lettori DVD, di cui uno solo ed unicamente per gli Anime in giapponese, ha esitato un attimo ma poi ha detto di sì.
Stranamente, una volta entrata in casa mia, si è portata la mano alla bocca, si è girata ed fuggita urlando qualcosa che, a causa della mano, non ho capito bene; credo che fosse “oiiioo checcchioooo”, ma non ne sono certo.
Aldo dice che, prima di portare una donna a casa mia, dovrei eseguire alcuni riti chiamati “riordinare”, “pulire” e anche, pare, “lavare la biancheria sporca che comincia a mostrare segni crescita di colture verdastre”.
Non so: a casa mia, io mi ci trovo bene, non capisco. Ad alcune mutande sul pavimento mi ci sono anche affezionato, si muovono e mi salutano quando passo.Giorno 10:
La pulizia ha richiesto più tempo del previsto. Alla fine sono riuscito a sistemare tutto, peccato aver dovuto usare il lanciafiamme. Ma sono sicuro che nel giro di qualche giorno l’odore di napalm se ne andrà.
Aldo dice che tra qualche giorno verrà a trovarmi per vedere come mi sono sistemato. Per ora continuo con le esplorazioni dell’universo “donna”. Dice Aldo che con “locale” intendeva un locale notturno. Sono andato in un pub, ho bevuto una birra e con la testa particolarmente leggera ho avvicinato una donna che mi aveva sorriso (credo che il mio inciampare su di un gradino per poi sbattere la fronte sul bancone abbia contribuito, ma noi seduttori non ci preoccupiamo dell’origine delle occasioni che ci si presentano, ci limitiamo a sfruttarle). Ho visto che vicino al suo tavolo c’era una confezione di ForzaQuattro. Le ho proposto di giocare con me: l’illusa ha accettato. Ho così dimostrato la falsità delle illazioni sull’insuccesso degli informatici con le donne: ho vinto tre partite di seguito.
Poi le ho svelato il mio segreto: a ForzaQuattro non mi batte nessuno. Nessuno. Le ho parlato alcune ore della abilità a questo gioco, di come sono invincibile, imbattibile e immarcescibile; lei ha ascoltato sempre più colpita, anche se stranamente ha rifiutato di fare altre partite. Ad un certo punto si è coperta il viso con un cuscino ed ha finto di dormire: un chiaro segno di interesse. Così le ho raccontato delle mie ultime 23 partite al torneo intercontinentale di ForzaQuattro.
Poi per qualche ragione non è voluta venire a casa mia. Anche se le ho detto che avevo ben 10 diversi modelli di ForzaQuattro da mostrarle!Giorno 12:
Ieri al locale ho riprovato ancora a fare colpo con la mia abilità a ForzaQuattro, con la descrizione del mio computer e con le mie gesta nei giochi di ruolo on-line: incredibile, non ho avuto successo nemmeno questa volta. Queste donne sembrano proprio aliene. Paiono interessarsi solo a persone che parlano loro di cose inutili.
Questa sera però è venuto Aldo a trovarmi, era diverso dal solito. Avrei dovuto accorgermene subito, ma non faccio molto caso a tutto quello a cui non si può attaccare una tastiera o, almeno, un cavo USB. Le calze a rete mi avrebbero dovuto mettere sulla buona strada. Anche i tacchi a spillo. Se non altro, la scollatura e quello che c’era dietro alla scollatura. Ma ero distratto.
L’ho fatto entrare, si è guardato attorno ed ha detto “carino, meglio dell’altra volta. Credevo però che tu avessi una carta da parati verde, che fine ha fatto?”
“Era muffa” ho risposto.
“Volevo chiederti che fine avevano fatto i rilievi floreali in bagno, ma forse è meglio di no” ha aggiunto.
Si è avvicinato. A quel punto ho notato qualcosa. Forse la scollatura. O il rossetto: decisamente devo aver notato il rossetto. O i capelli. Forse il profumo muschiato. Insomma, qualche cosa ho notato, mi sono accorto che Aldo era diverso dal solito. Che mi guardava in modo diverso dal solito.
“Non mi chiamo Aldo” ha detto Aldo non-Aldo, fissandomi negli occhi. Anche io provavo a fissarlo negli occhi, giuro, ce la facevo anche, ogni tanto: ma c’erano tante cose che stavo notando in quel momento. Soprattutto due. Dietro la scollatura “Mi chiamo Katia, ho finto di essere Aldo per tutti questi anni perché stavo scrivendo un libro sulla comunità informatica italiana, e volevo vedervi al naturale. Se mi fossi presentata come donna, mi avreste trattata diversamente”
“…” ho ribattuto, prontamente, e con il mio solito spirito ho aggiunto: “…”.
“Ma ora basta. Ieri ho consegnato il libro, non ho più bisogno di mentire: soprattutto a te.”
“…!” ho risposto.
Colpita, Katia ha sorriso e ha detto: “Baciami, stupido!”.Giorno 13:
Per qualche motivo, Katia mi ha fatto buttare l’Hub a forma di Godzilla, ma non importa: tra di noi va tutto bene, e non sento più quella sensazione allo stomaco. Ho dimostrato oltre tutto che anche un informatico può sedurre una donna, basta che sia una scrittrice che si finge un uomo per documentare un libro sulla comunità hacker. Facile.
Buona fortuna a tutti i lettori.
Qualche sabato fa, ero seduto ad un tavolo a prendermi una birra insieme con tre amici, zobbi , mobbi e danno, bevevamo le nostre coca cola ( quella sera abbiamo bevuto 4 coca cola) quando zobbi, preso da uno strano euforismo verso mobbi , gli dice le testuali paroli: Sergio ti devi leggere il diario di un utente linux….. quelle parole riecheggiarono nella mia mente per molto tempo, fino a quando oggi all’improvviso, mi ritorna in mente e decido di cercare su google questo diario, e lo trovo e credetemi ho riso per tutto il tempo della lettura, ho deciso di riportarvi il testo credetemi è troppo divertente……
Caro diario, giorno 1
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Oggi ho deciso di installare Linux. Non si può essere un vero hacker
se non si usa Linux, e io voglio essere un vero hacker. Soprattutto
per far colpo sulle ragazze. Ho chiesto a quelli che conoscevo ed ho
scoperto che Giovanni usa Linux; stranamente ha gli occhiali spessi, è
sovrappeso, non si lava molto, non si rade e non conosce nessuna
ragazza. Mi aspettavo qualcuno di più figo, con gli occhiali scuri
anche al chiuso e il trench di pelle. Probabilmente si traveste per
non dare nell’occhio. Una doppia vita! Che cosa emozionante diventare
un hacker. Mi ha consigliato la Debian dicendo che è la “distruzione
di Linux” per veri duri. Io sono un duro. Uso il computer da quando
ero piccolo; sempre Macintosh, ma quando uno sa usare un computer, li
sa usare tutti! Pensa: l’hacker di “Indipendence Day” entrava nel
sistema operativo di una nave aliena: figata! Chissà perché si chiama
“distruzione di Linux”. Dovrò chiedere. Che nome da duro!Caro diario, giorno 2
———————
Giovanni mi ha spiegato oggi che la Debian è una DIS-TRI-BU-ZIO-NE di
GNU/Linux. Non distruzione. Dice che è molto importante che si dica
GNU/Linux, se si dice solo Linux la Microsoft (che dovrei scrivere
Micro$oft o Microsuck, non so perché) prenderà il controllo del
pianeta, provocherà l’Apocalisse, spegnerà il sole, farà piangere Gesù
Bambino e impedirà che ci siano giochi recenti per GNU/Linux. In
questo ordine (di importanza). Giovanni dice che GNU vuoi dire “GNU
Non è Unix”, però Linux è Unix e Giovanni dice che è da queste
contraddizioni apparenti che si capisce chi è un vero hacker. Tutti
gli altri sono dei perdenti che si meritano che un Virus spedisca alla
nonna pezzi di E-Mail pornografiche scambiate con la morosa. Io non
posso essere un perdente perché mia nonna è quadriplegica e non sa
usare il computer; oltre tutto, non ho mai avuto la morosa, anche se
ho scritto dei racconti un po’ spinti su Kaori della pubblicità del
Philadelphia. Sto già diventando un vero hacker.Caro diario, giorno 3
———————
Ho smesso di fare domande a Giovanni, perché il suo travestimento da
non-figo puzza davvero tanto e non riesco a concentrarmi trattenendo
il fiato. Chissà dove si procura il suo “odore di ascella non lavata
da quindici giorni”, è DAVVERO realistico. Un altro segreto hacker,
immagino. Ho comprato una rivista con i CD della Debian. Da questa
notte il mondo sarà mio: devo solo installarla, poi sarò un vero
hacker. Nella rivista non ci sono donnine nude: un vero hacker si
eccita con le immagini dei computer nudi (smontati), o con il “codice
sorgente”. Ci ho provato, ma ho ancora molto da imparare.Caro diario, giorno 4
———————
Non trovo setup.exe nel CD. Sarà rovinato. Domani lo vado a cambiare.Caro diario, giorno 5
———————
Non c’è il setup.exe! E’ tutto molto semplice: si inserisce il CD a
computer spento, si seleziona da BIOS di boot-are (un modo di dire
inglese che vuoi dire “stivalare”, ah! gergo hacker!) da CD, e si
installa. Facilissimo. Ci ho messo solo 3 ore a capirlo. Ora devo solo
scoprire come invocare il BIOS.Caro diario, giorno 7
———————
Sono fortunato! Il BIOS nel mio computer si invoca semplicemente
premendo i tasti
CTRL-ALT-SHIFT-CANC-Q-W-E-R-T-Y-1-2-3-4-5
contemporaneamente nei 4 microsecondi in cui avviene il check della
memoria. Pensa che nel computer di uno che conosco è possibile
invocarlo solo nelle notti di luna nuova, dopo la mezzanotte, se si
rimane all’interno d’un pentagramma tracciato per terra col sangue
d’un gallo nero. E’ destino che io diventi un hacker.Caro diario, giorno 8
———————
Sto installando. Ho aspettato 4 ore che comparisse la schermata
grafica, ma continuo solo a vedere delle scritte. E non compare la
freccetta del mouse. Devo chiedere.Caro diario, giorno 9
———————
Le scritte andavano lette! Pensa come sono furbi questi hacker,
nessuno può usare il LORO GNU/Linux se non sa che le scritte vanno
lette. E’ un po’ come una società segreta.Caro diario, giorno 10
———————-
Ieri mentre installavo mi è stato chiesto di “partizionare
l’hard-disk”. Ho spinto OK quattro o cinque volte e sono andato
avanti. Cosa sono i moduli del kernel? Non so, ne ho scelti alcuni a
caso.Caro diario, giorno 11
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In solo una settimana ho fatto partire il sistema. Pare che io abbia
cancellato tutto quello che c’era sull’hard disk quando lo ho
partizionato, ma non è grave: c’erano solo le mie mail personali degli
ultimi 3 anni con tutti gli indirizzi (quando sarò un hacker famoso,
si rifaranno vivi tutti) e la copia digitale della dimostrazione
dell’ultimo teorema di Fermat che avevo trovato in soffitta della
nonna, dopo che è morta (non sono andato al funerale perché stavo
installando). Poco male: diventerò un hacker, ed ho la copia cartacea.
Non faccio una doccia da quando ho cominciato, ho la barba un po’
lunga e sto solo mangiando pizza e hamburger. Però sto bene.Caro diario, giorno 12
———————-
I moduli del kernel non andavano scelti a caso. Pare che io abbia
fatto qualcosa che non va riguardo al modulo per la scheda grafica. Il
monitor è esploso. Poco male: ne ho un altro. Nell’incendio è bruciata
la copia cartacea della dimostrazione dell’ultimo teorema di Fermat.
Non importa, non trattava di Linux. Le mie ferite guariranno in un
mese, nessuno farà caso alle cicatrici quando sarò un hacker figo. Ho
messo su 4 chili: smaltirò poi, ora non ho tempo.Caro diario, giorno 14
———————-
Ho passato due giorni a scegliere quali programmi installare: l’elenco
ne comprende 6739, con nomi di solito senza vocali come ed, amb,
brlscnb e mvf fncl; di questi, 1356 sono editor di testo! Pare che
servano tutti: gli hacker ne sanno una più del diavolo!Caro diario, giorno 15
———————-
XF86Config ne sa MOLTE più del diavolo. O forse serve ad evocare il
diavolo stesso, non ho capito bene.Caro diario, giorno 20
———————-
Finalmente il computer funziona. Meno di tre settimane per sistemarlo:
un record di velocità. Ho dovuto saltare le docce per risparmiare
tempo, ma non ne ho risentito. Certo, non funziona l’audio, la grafica
non va a più di 16 colori a 640*480, il masterizzatore non dà segni di
vita e il cursore si teletrasporta da un angolo all’altro dello
schermo: ma è proprio dalla capacità di affrontare questi piccoli
disagi che si vede il vero hacker. Ora mi connetterò a Internet. Mi
hanno detto che gli altri hacker sono sempre molto disponibili verso
chi vuole imparare. Sono passati i vicini a chiedere dove era il
cadavere.
“Quale cadavere” ho chiesto io.
“C’è odore di cadavere in decomposizione” hanno risposto.
Non capisco. Non sento nessun odore: saranno impazziti? In effetti mi
lanciavano delle occhiate poco rassicuranti.Caro diario, giorno 21
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Oggi ho provato a connettermi a Internet. Ho un WinModem. Questo è
MALE.Caro diario, giorno 22
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Oggi ho provato a connettermi a Internet. Qualche cosa è andato
storto, dal nuovo modem vengono rumori strani e un po’ irati.Caro diario, giorno 23
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I rumori strani erano la voce di un cambogiano che rispondeva alle
telefonate. Pare che il suo numero di telefono sia quello usato di
default per la connessione a Internet. Ha detto che, se voglio, mi
legge ad alta voce il giornale, così mi sento nell’autostrada
dell’informazione. Per ora ho declinato. Si chiama Chea Vichea.Caro diario, giorno 24
———————-
Mi sono connesso! Fino a che non esco dal pentagramma di sangue di
gallo nero, tutto funziona a meraviglia! Mi chiedo cosa succederà
all’alba. Sento degli strani rumori provenire dalla cantina.Caro diario, giorno 25
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Ho mandato delle mail su Internet chiedendo aiuto per capire meglio.
Ho scritto sulla mailing list Kernel Dev, mi sembra il posto migliore
per trovare degli esperti.Caro diario, giorno 26
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Chi è RTFM? E quando comincerà ad aiutami? (N.d.W: se nn l’hai capita leggi in fondo alla mail*)Caro diario, giorno 31 (o forse 52)
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Sono stato multato. Pare che sia vietato bruciare i computer in
terrazzo. Ho detto che dopo tutto era Capodanno, ma mi hanno spiegato
che Capodanno è stato tre settimane fa: devo aver perso il conto dei
giorni. Ora che ho eliminato il computer, sto molto meglio.
Dopo la terza doccia ho sentito i miei vicini di casa urlare “era ora
che riparassero quel tombino, l’aria era proprio irrespirabile!”. Ho
comprato un machete per tagliarmi la barba, fino ad ora ho rotto tre
rasoi. Domani parto per la Cambogia, ho ritelefonato a Chea Vichea. Mi
ha trovato un lavoro come bracciante nelle risaie. Non vedo l’ora di
cominciare: ha detto che il computer più vicino è a 5km dal suo
villaggio. Basterà?* RTFM è un abbreviazione di Read The Fucking Manual, risposta a chi fa
domande troppo stupide o la cui risposta è molto + esauriente nel manuale
Per chi volesse, metto anche la versione scaricabile, Il diario segreto di un utente Linux
Pubblicato nel 1940, Il deserto dei Tartari fu il romanzo che segnò la consacrazione di Dino Buzzati tra i grandi scrittori del Novecento italiano.
In un’intervista, Buzzati affermò che lo spunto per il romanzo, era nato “dalla monotona routine redazionale notturna che facevo a quei tempi. Molto spesso avevo l’idea che quel tran-tran dovesse andare avanti senza termine e che mi avrebbe consumato così inutilmente la vita. È un sentimento comune, io penso, alla maggioranza degli uomini, soprattutto se incasellati nell’esistenza ad orario delle città. La trasposizione di questa idea in un mondo militare fantastico è stata per me quasi istintiva”.
TRAMA (Wikipiedia)
Il romanzo segue tutta la vita di Giovanni Drogo, dal momento in cui questi, ventunenne pieno di ambizioni, arriva alla Fortezza Bastiani, sua prima destinazione dopo la recente nomina a tenente.
La Fortezza, ultimo avamposto ai confini settentrionali del regno, domina la desolata pianura chiamata “deserto dei Tartari”, un tempo teatro di rovinose incursioni da parte dei nemici. Tuttavia, da molti anni nessun attacco è più giunto da quel fronte, e la Fortezza, svuotata ormai della sua importanza strategica, non è rimasta che una costruzione arroccata su una solitaria montagna, di cui molti ignorano finanche l’esistenza.
Dimenticata da tutti, essa continua tuttavia a vivere secondo le norme ferree che regolano gli organismi militari, ed esercita sui suoi abitanti una sorta di malia che impedisce loro di lasciarla. I militari che la abitano sono, infatti, animati e sorretti da un’unica, inconfessata speranza: vedere apparire all’orizzonte, contro le aspettative di tutti, i nemici. Fronteggiarli, combatterli, diventare eroi: sarebbe l’unica via per restituire alla fortezza la sua importanza, per dimostrare il proprio valore e, in ultima analisi, per dare un senso agli anni spesi in quel luogo.
Anche Drogo, che pure si proponeva di rimanere alla Fortezza per pochi mesi, rimarrà irretito dal suo fascino, dalle rassicuranti e pigre abitudini che vi scandiscono il tempo, dalla speranza di una futura gloria che lo porterà ad investire i suoi vent’anni, e poi la sua intera vita, in una speranzosa, e infine rassegnata, attesa.
Soprattutto, domina la certezza di non poter più tornare indietro. Sin dalla sua prima licenza, dopo quattro anni di permanenza, Drogo sentirà un senso di estraneità e smarrimento nel ritornare al suo vecchio mondo, ad una casa che non può più dire sua, ad affetti a cui scopre di non saper più parlare.
Nell’attesa della “grande occasione” si consuma la vita di Drogo e dei suoi compagni; su di loro trascorrono, inavvertiti, i mesi, poi gli anni. Drogo vedrà alcuni dei suoi compagni morire, altri lasciare la fortezza ancora giovani, altri ormai vecchi. Fino alla beffa finale: proprio nei giorni in cui i tartari, finalmente, avanzano verso il confine, Drogo dovrà lasciare la Fortezza, minato da una malattia che non gli consente di proseguire oltre la vita militare. La morte lo coglierà solo, in un’anonima stanza di una locanda di città, ma non in preda alla rabbia e alla delusione.
Drogo, infatti, crederà di riconoscere, nei suoi ultimi istanti di vita, la sua personale missione, l’occasione per provare il suo valore che aveva atteso per tutta la vita: affrontare la Morte con dignità, “mangiato dal male, esiliato tra ignota gente”.
COMMENTO
Questo romanzo appartiene al genere letterari del fantastico.
La vicenda è scritta in un linguaggio semplice, vicino all’uso quotidiano, ma nel contempo ricca di termini specialistici, per lo più tratti dal gergo militare.
E’ frequente l’uso di figure retoriche, fra le quali spicca la metafora.
Il punto di vista è quello di un narratore esterno alla vicenda e onnisciente, perciò la vicenda è narrata in terza persona.
Il deserto dei Tartari assume il suo pieno significato solo se interpretato come riflessione sul senso fondamentale della vita e della storia umana. Il pensiero dello scrittore è profondamente pessimista: l’esistenza trascorre guidata da forze oscure e spesso malevole, da bizzarre e assurde coincidenze.
Per sfuggire al nulla (il deserto), trascorriamo il tempo che il destino ci ha assegnato aggrappati all’attesa di un inverosimile evento straordinario, che possa finalmente dare un senso alla nostra vita. Il tempo intanto si consuma sempre più precipitosamente e il viaggio si conclude: solo una morte dignitosa e serena potrà liberarci dall’angoscia, mettendoci in una dimensione eterna ed eroica che avevamo sempre sognato.
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Non so che significati voi possiate interpretare, non so chi mi conosce cosa ci possa trovare,io ho semplicemente usato le dita per scrivere queste breve righe e tutto qui. Buona lettura
Gatto e Topo
Era li davanti al focolare con un sorriso con un pizzico di malinconia, gatto era sofferente ma non è stato sempre cosi, molti mesi addietro, gatto aveva un amico Topo, anche se prima erano nemici un giorno di estate i due diventarono amici, si erano fatte promesse reciproche, Topo prometteva di non apparire davanti alla famiglia e di non rubare mai più del necessario, Gatto prometteva di non inseguirlo più, di non fargli mai più male intenzionato; Si erano anche messi d’accordo di rincorrersi almeno due volte a settimana per non destare troppi sospetti alla famiglia.
E passarono i mesi ed i due divennero davvero amici per la pelle ognuno completava l’altro e si sentivano appagati del loro accordo, si rincorrevano quelle due volte a settimana e tutto filava liscio finché un giorno Topo camminando per tornare alla sua tana noto Gatto seduto in un angolo senza vita e pensieroso allorché Topo domandò il motivo di tanta tristezza; Gatto gli rispose, , e raccontò tutto quello che gli era successo, raccontò di come lo avevano trattato i suoi amici gatti , di come lo avevano escluso dal loro giro solo perché avevo un amico Topo, raccontò anche delle lamentele del padrone che lo sgridava quotidianamente perché non riusciva a prendere un topo, il tutto con un tono di voce lieve con uno strascico malinconico che veniva da piangere solo sentirlo. Topo ascoltava paziente quella storia e alla fine gli disse che non si doveva preoccupare che in qualche modo lui avrebbe trovato una soluzione, e cosi i due se ne tornarono nelle proprie stanze; Topo pensò e ripensò al racconto di Gatto ed era triste per lui e non riuscii a chiudere occhio, la mattina seguente andò da Gatto e gli diede un saluto e gli disse di non preoccuparsi che aveva trovato una soluzione e che si doveva fare trovare davanti la cucina all’ora di pranzo per attuare il piano, Gatto annui e accolse con gioia la notizia.
Si fece ora di pranzo e un urlo si levò dalla cucina e tutti accorsero, Gatto compreso, ma ciò che trovarono altri non era che il cadavere di Topo, Gatto rimase pietrificato per qualche secondo incapace di professare miagolio, la famiglia starnazza tutta allegra e si complimentava con Gatto per aver ucciso Topo; L’euforia passò e la sera sopragiunse e Gatto ormai solo davanti al focolaio ripensava alle ultime parole di Topo e tutto fu chiaro, Topo si era sacrificato per il bene di Gatto, e con questi pensieri era li davanti al focolare con un sorriso con un pizzico di malinconia…………